Comitato di terra di Bari per il NO nel Referendum sulle modifiche alla Costituzione

Referendum costituzionale: perche' NO

I valori della Costituzione sono da custodire, ma alcuni istituti sono da riformare. Nessuna riforma però va presa a scatola chiusa. Quella su cui voteremo nel referendum di ottobre affronta problemi effettivi ma prevalentemente in modo controproducente. Eccone in sintesi i motivi. - di Nicola COLAIANNI

1) Non si cambia la Costituzione a stretta maggioranza, quella governativa

La nostra Costituzione, pur implicando un cambio di regime, della forma di Stato e di quella di governo, fu approvata con quasi il 90% dei voti. La riforma attuale e' stata approvata con il 55%, addirittura un po’ di meno di quelli serviti per la maxiriforma precedente, quella del governo Berlusconi, poi bocciata nel referendum di dieci anni fa. Con maggioranze così striminzite la Costituzione diventa una legge qualsiasi in mano alla maggioranza governativa. “Abbiamo i numeri”, hanno detto i suoi sostenitori. Ma allora è una Costituzione dei vincitori: chi vince le elezioni diventa proprietario delle istituzioni.

2) La Costituzione è stata riformata da una maggioranza fittizia

Ma c’e' di piu': la maggioranza del 55% e' fittizia perché gonfiata dal premio di maggioranza previsto dal sistema elettorale Porcellum dichiarato illegittimo dalla Corte costituzionale. Il Parlamento non ha dato esecuzione a questa sentenza: e si capisce perché altrimenti la maggioranza avrebbe dovuto assegnare alle minoranze (5stelle, Forza Italia, ecc.) tutti i seggi ottenuti grazie al premio illegittimo e la riforma non sarebbe passata. Cosi' una maggioranza che, al netto di quel premio, è in effetti una minoranza ha riformato ben 40 degli 85 articoli della seconda parte della Costituzione .

3) La riforma intacca la sovranità popolare impedendo l’elezione dei senatori

Si dice che la prima parte, quella dei diritti, non e' stata toccata. In realta' la riforma deroga di fatto proprio all’art. 1 della Costituzione, secondo cui “la sovranità appartiene al popolo”. Infatti, il Senato non sara' piu' eletto da noi cittadini, ma dai consiglieri regionali. E neppure proporzionalmente ai voti dei cittadini giacche' le vigenti leggi elettorali regionali hanno prevalentemente carattere maggioritario. Peraltro, il nuovo Senato sarà composto dagli stessi consiglieri regionali e da un sindaco per ogni Regione, eletti in base ad appartenenze partitiche e quindi senza vincolo di mandato da parte delle istituzioni. Questi senatori part time – ma con piena immunita' parlamentare, come i deputati – sono l’emblema di un organo costituzionale privo, come una Citta' Metropolitana qualunque, dell’investitura popolare.

4) La riforma accentra i poteri nello Stato a scapito delle Regioni

Il nuovo Senato non rappresenta piu' – come ora, insieme alla Camera – la Nazione, cioe' tutti noi cittadini, ma solo le “istituzioni territoriali” (Regioni, Comuni). Dovrebbe funzionare, quindi, da organo di intermediazione e coordinamento tra stato ed istituzioni locali. Ma in realtà sara' privo di poteri effettivi perche' il nuovo riparto di competenze tra Stato e Regioni e' sbilanciato a favore dello Stato. Questo, infatti, ha una competenza esclusiva su equivoche “disposizioni generali e comuni” in una serie di materie (governo del territorio, istruzione, salute, politiche sociali, sicurezza alimentare, attività culturali e turismo). Inoltre, su proposta del Governo, la Camera puo' intervenire anche in tutte le altre materie quando ravvisi esigenze di tutela non solo dell’unita' giuridica o economica della Repubblica ma anche di un asserito “interesse nazionale”. Le Regioni vengono ridotte cosi' a poco piu' che organi integrativi dello Stato, se non proprio amministrativi (e il fatto che negli anni questa deriva sia stata realizzata dalle stesse Regioni non pare una buona ragione per ridurne anche formalmente il potere legislativo). Vengono fatte salve pero' quelle a statuto speciale: e che la Sicilia o il Friuli debbano continuare ad essere privilegiate rispetto alla Puglia o alla Lombardia appare davvero sconcertante.

5) La riforma non semplifica ma complica l’azione legislativa

La fine del “bicameralismo perfetto” non produrra' una semplificazione dell’azione legislativa. Non è vero che finirà il ping-pong delle leggi da una Camera all’altra. Il Senato, infatti, continuera' a svolgere insieme alla Camera funzioni riferite alla legislazione statale e perfino alle riforme costituzionali ed eleggera' in proprio due giudici della Corte costituzionale (mentre i 630 deputati ne eleggeranno solo tre: una sproporzione ingiustificabile). E avra' inoltre possibilita' di intervento - talvolta eventuale, talaltra obbligatorio e pure rafforzato - anche nel procedimento legislativo monocamerale. Si trattera', certo, di un potere in definitiva impari nei confronti della Camera, che avra' in tutti i casi l’ultima parola. Tuttavia, e' evidente l’inedita e pasticciata complicazione di procedimenti legislativi (se ne contano sette).

6) La riforma non rende più efficiente il sistema

Che il sistema attuale non sia abbastanza “decidente”, se non al costo di “inciuci” di ogni genere, e' in buona misura propagandistico: se la maggioranza è coesa i tempi sono rapidi, tanto che l’attuale governo, pur frutto di una maggioranza raccogliticcia, si vanta (giustamente, a parte la discutibilita' del merito) di aver approvato in due anni leggi che non si approvavano da venti: dal mercato del lavoro alla pubblica amministrazione, dalla Rai al sistema elettorale, alla stessa riforma costituzionale, perfino alle unioni civili. Ma, ammesso che non basti, la via più efficace per aumentare la governabilita' e' il monocameralismo, effettivamente preferibile se accompagnato da forti contrappesi, come ad esempio una legge elettorale proporzionale, eventualmente con sbarramento.

7) La riforma non abbatte i costi della politica

I costi della politica non giustificano il declassamento di un organo costituzionale. Ma comunque essi vengono ridotti in maniera non significativa. Il Senato costa, infatti, 530 milioni all’anno ma di questi solo 79 riguardano le indennita' dei 315 senatori e 21 le spese per i gruppi parlamentari. Il resto sono spese fisse (stipendi dei dipendenti e costo dell’organizzazione), che rimarranno in piedi. Il risparmio sarà di soli cento milioni all’anno: una cifra irrisoria se si pensa che solo per fare il referendum sulle trivelle in un giorno diverso dalle elezioni amministrative – all’evidente scopo di non agevolare il raggiungimento del quorum – sono stati spesi 300 milioni.

8) La riforma si combina dannosamente con la legge maggioritaria Italikum

A dare la fiducia sara' solo la Camera: e questo va bene, visto che sara' l’unico organo ad investitura popolare. Ma occorre considerare che, per effetto del sistema elettorale Italikum a forte effetto maggioritario, la maggioranza di 340 seggi sarà di una sola lista: quella che avra' ottenuto almeno il 40% dei voti o, se di meno, avra' prevalso nel turno di ballottaggio. Una maggioranza, quindi, oltre che sproporzionatamente sovradimensionata rispetto all’effettivo consenso elettorale ricevuto, di fatto obbligata, se vuole durare fino alla fine della legislatura (come sta accadendo alla maggioranza attuale), a dare la fiducia a chi in realta' e' il suo padrone: il governo e il suo capo.

9) La riforma affida al Governo il controllo dell’attività legislativa della Camera

Il controllo pieno del governo sulla maggioranza della Camera si manifesterà ancor piu' nell’esercizio dell’attività legislativa. Gia' ora esso ha la possibilita' di utilizzare i decreti-legge e i voti di fiducia anche su materie non rientranti nel suo programma (come di recente sulle unioni civili). E’ agevolato, inoltre, da forzature regolamentari come il contingentamento dei tempi di discussione e i maxiemendamenti o emendamenti–canguro, che vanificano l’obbligo costituzionale di approvare le leggi articolo per articolo. La riforma aggiunge ora il voto con priorita' e a data certa (70 giorni) sui disegni di legge dichiarati dal governo come “essenziali per l’attuazione del suo programma”. La Camera diventera', in sostanza, prevalentemente un organo di ratifica dell’operato del governo.

10) Un premierato assoluto con indebolimento dei contrappesi

Per riepilogare: a) la funzione legislativa si sposta in una serie di materie nominate, e anche nelle altre tutte le volte che il Governo ravvisi un interesse nazionale, dalle periferie al centro; b) qui, nella stragrande maggioranza dei casi, la competenza esclusiva a legiferare è della sola Camera, la cui maggioranza – grazie al sistema elettorale fortemente maggioritario – è della lista governativa; c) perciò a gestire gli equilibri, cominciando dall’ordine del giorno, è il Governo e, in particolare, il suo capo, leader della lista di maggioranza. Questa vertiginosa concentrazione di potere – una forma di premierato assoluto - sara' favorita poi dall’indebolimento degli attuali contrappesi. La diminuzione del numero dei parlamentari determinera', infatti, un forte abbassamento dei quorum previsti per l’elezione del Presidente della Repubblica e dei componenti del CSM (da 570 voti a 438, destinati ad abbassarsi se calcolati sui soli votanti) e dei giudici costituzionali (da 570 ad appena 60 per quelli eletti dal Senato e a 378 per quelli della Camera, praticamente alla portata dei 340 voti della lista di maggioranza).

Molti di questi difetti vengono riconosciuti dagli stessi sostenitori della riforma, che tuttavia li minimizzano come semplici limiti o imperfezioni tecniche, modificabili successivamente. Si tratta di vere e proprie disfunzioni, come s’e' visto. Ma in ogni caso non v’e' motivo o necessita' di accettare un prodotto, che gia' si sa essere difettoso, solo perche' ne va del futuro del governo. Non si puo' confondere il piano della Costituzione con quello della politica di governo e trasformare il referendum in un plebiscito a suo favore o contro. D’altro canto, la previsione di modifiche, nel momento stesso di approvarla, riduce la Costituzione ad una legge tra le altre, transitoria e priva di “superiorita' – come disse Aldo Moro all’Assemblea Costituente - di fronte alle effimere maggioranze parlamentari”. Sono meditate ragioni di metodo e di merito quelle che motivano il NO. Non si puo' cambiare una Costituzione riservandosi di vedere l’effetto che fa.

LA PEGGIOR RIFORMA : APPELLO

BANCHETTI RACCOLTA FIRME REFERENDUM DEFORMA COSTITUZIONALE E ITALICUM

DI GAETANO AZZARITI, LORENZA CARLASSARE, GIANNI FERRARA, ALESSANDRO PACE, STEFANO RODOTA', MASSIMO VILLONE DOMENICO GALLO, ALFIERO GRANDI
La proposta di legge costituzionale che il Senato votera' oggi dissolve l’identità della Repubblica nata dalla Resistenza. E' inaccettabile per il metodo e i contenuti; lo e' ancor di più in rapporto alla legge elettorale gia' approvata. Nel metodo: e' costruita per la sopravvivenza di un governo e di una maggioranza privi di qualsiasi legittimazione sostanziale dopo la sentenza con la quale la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimita' del «Porcellum». Molteplici forzature di prassi e regolamenti hanno determinato in Parlamento spaccature insanabili tra le forze politiche, giungendo ora al voto finale con una maggioranza raccogliticcia e occasionale, che nemmeno esisterebbe senza il premio di maggioranza dichiarato illegittimo. Nei contenuti: la cancellazione della elezione diretta dei senatori, la drastica riduzione dei componenti — lasciando immutato il numero dei deputati — la composizione fondata su persone selezionate per la titolarità di un diverso mandato (e tratta da un ceto politico di cui l’esperienza dimostra la prevalente bassa qualità) colpiscono irrimediabilmente il principio della rappresentanza politica e gli equilibri del sistema istituzionale. Non basta l’argomento del taglio dei costi, che piu' e meglio poteva perseguirsi con scelte diverse. Ne' basta l’intento dichiarato di costruire una piu' efficiente Repubblica delle autonomie, smentito dal complesso e farraginoso procedimento legislativo, e da un rapporto stato-Regioni che solo in piccola parte realizza obiettivi di razionalizzazione e semplificazione, determinando per contro rischi di neo-centralismo. Il vero obiettivo della riforma è lo spostamento dell’asse istituzionale a favore dell’esecutivo. Una prova si trae dalla introduzione in Costituzione di un governo dominus dell’agenda dei lavori parlamentari. Le persone che sottoscrivono l’appello degli intellettuali e delle personalita', definite scherzosamente di sana e robusta Costituzione, sono oltre 153.000. Queste firme appoggiano la raccolta delle firme lanciata dai rispettivi Comitati per promuovere il referendum per dire No alle modifiche della Costituzione previste dalla legge Renzi-Boschi – che avra' tra poche settimane il passaggio finale alla Camera – e per abrogare le due norme più inaccettabili della legge elettorale (Italicum) che la fanno assomigliare fin troppo al Porcellum. Si tratta di 3 referendum, uno sulle modifiche della Costituzione e due sulla legge elettorale, che vedranno protagonisti i cittadini sia nel promuoverli che in seguito nel pronunciarsi con il voto nei referendum. Infatti questo appello incoraggia tutta la campagna di raccolta delle firme per chiedere i referendum che iniziera' il 9 aprile con i banchetti, nelle forme previste dalla legge, per realizzare l’obiettivo di almeno 500.000 firme valide per ciascuno dei referendum promossi. Per i Comitati promotori dei tre referendum si tratta di un impegno enorme che per essere raggiunto richiede la simpatia e l’appoggio dei cittadini per colmare la sproporzione di forze in campo. Il governo si muovera' a favore delle sue scelte mobilitando le grandi risorse che ha a sua disposizione, noi possiamo farcela solo se avremo l’appoggio dei cittadini che vanno coinvolti e mobilitati convintamente per evitare una deriva istituzionale che tende a sostituire il ruolo del parlamento con quello del governo e in particolare delinea una svolta preoccupante verso l’uomo solo al comando che la Costituzione nata dalla Resistenza ha esplicitamente escluso e che solo queste modifiche rendono possibile.
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NO Riforma Costituzionale
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